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Il ruolo dell'emozione
Per dimostrare scientificamente che le emozioni svolgono un'azione causale nella formulazione dei giudizi morali, non è sufficiente evidenziare un'attivazione di aree cerebrali deputate all'analisi delle emozioni stesse. Infatti, l'osservazione che un'area cerebrale si attiva mentre il soggetto analizza un dilemma morale non implica che tale attività abbia un'influenza sull'esito del giudizio. Si potrebbe trattare di un'attivazione conseguente al giudizio appena formato.
Damasio si propose invece di valutare se i pazienti con un danno a un'area corticale implicata nell'analisi delle emozioni presentassero o meno un deficit di valutazione morale. Nei suoi primi studi in questo campo, analizzò il cranio di un paziente, Phineas Gage, che nel 1848 subì una lesione traumatica dei lobi frontali dell'encefalo. Le descrizioni cliniche su Phineas Gage riportavano un deficit nell'uso delle emozioni in alcune decisioni di comportamento sociale, mentre le capacità razionali erano intatte. Il laboratorio di Damasio localizzò il danno cerebrale alla corteccia prefrontale ventromediale (vmpfc) (Damasio et al., 1994). Studi recenti hanno confermato che la VMPFC svolge un ruolo di primo piano nella sensibilità emotiva e soprattutto nelle emozioni sociali. In uno studio esteso a più soggetti analizzati direttamente, il gruppo di Damasio ha dimostrato che, nei pazienti con una lesione alla VMPFC, in alcuni dilemmi morali prevalevano giudizi più utilitaristici rispetto a quelli formulati da soggetti di controllo (Koenigs et al., 2007). Questo fenomeno era limitato alle situazioni in cui una delle opzioni scatenava un'intensa risposta emozionale, che metteva in atto una forte sensazione di repulsione emotiva dell'atto che il soggetto avrebbe dovuto immaginare di compiere. Era come se i pazienti con lesione alla VMPFC non provassero tale avversione emotiva o non ne tenessero conto nei loro giudizi, che di conseguenza erano meno emotivi, più razionali e utilitaristici. Per tutti gli altri tipi di scenario morale non vi era differenza tra i pazienti e i soggetti sani. La dimostrazione che una lesione alla VMPFC, importante per l'analisi delle emozioni, modifica l'esito dei giudizi morali emotivamente coinvolgenti implica che alcuni elementi emotivi giocano un ruolo causale nel processo del giudizio.
Un'altra linea di evidenze a favore di un'azione delle emozioni nel giudizio morale deriva da esperimenti di psicologia compiuti dal gruppo di ricerca di Jonathan Haidt (Haidt, 2001; 2007). Egli afferma che i giudizi morali nascono solitamente da intuizioni di cui non siamo coscienti. I soggetti riescono comunque a dare una spiegazione razionale delle loro scelte, ma questa è sovente una costruzione post hoc, che non ha esercitato nessun ruolo nella decisione.
Haidt ha dimostrato che l'intuizione morale è fortemente influenzata dalle emozioni, senza che il soggetto ne abbia coscienza. Ad esempio, il disgusto, evocato tramite odori sgradevoli o mediante suggestione post-ipnotica, provoca un aumento della severità con cui viene giudicata un'azione altrui. Tuttavia, Haidt afferma che le emozioni sono una spinta a decidere in una determinata direzione, ma non ci possono forzare in modo incondizionato. Vi sono meccanismi razionali e, soprattutto, sociali che ci possono permettere di inibire le risposte dettate dall'intuizione. La relazione emozioni/razionalità nei giudizi morali
Secondo la teoria di Damasio, l'attivazione della VMPFC dovrebbe portare a scelte morali guidate dagli aspetti emotivi. Diversi studi di imaging funzionale hanno indagato le aree cerebrali che mostravano aumenti di attività durante la ponderazione degli elementi in gioco al fine della formulazione di un giudizio morale. Il gruppo di ricerca di Joshua Greene sottopose ai soggetti dilemmi morali con diversi gradi di contenuti emotivi e razionali (Greene et al., 2004). Nei casi che comportavano un maggiore coinvolgimento emotivo personale si osservava una maggiore attivazione della VMPFC, in accordo con il suo ruolo nella valutazione degli elementi emozionali. Nei giudizi utilitaristici e per decisioni morali particolarmente difficili, in cui il soggetto valutava a lungo prima di scegliere la soluzione che riteneva più giusta, si attivava maggiormente l'area dorsolaterale della corteccia prefrontale (dlpfc), coinvolta nel pensiero puramente razionale. Sulla base di questi risultati, Greene ipotizzò che i giudizi personali siano ampiamente guidati da risposte emotivo-sociali, mentre quelli impersonali dipenderebbero da processi cognitivi. Dal contrasto tra l'attivazione della VMPFC nei giudizi con una forte componente emotiva rispetto all'attività della DLPFC, legata invece alla valutazione razionale, Greene e colleghi hanno proposto che il risultato del giudizio morale nasca dalla competizione tra aree cerebrali emotive e cognitive (Greene et al., 2004). Quindi, anziché riconoscere un ruolo del ragionamento cosciente, in cui entrano in gioco fattori emotivi e considerazioni razionali, la teoria di Greene suggerisce una concezione meccanicistica, in cui l'attività delle aree cerebrali emotive compete con quella delle aree razionali: la decisione dipenderebbe dalla vittoria dell'area che riesce a prendere il sopravvento sulle altre. "life management tool" google search Elgg.org cosa mi piace, cosa piace agli altri gli interessi altrui ![]() Raffaello, Raphael 6 |